Venerdì 29 Gennaio, a conclusione di una settimana a dir poco turbolenta allo Stabilimento Petrolchimico di Gela, la notizia attesa da mesi è, finalmente, pervenuta: il Ministero dell'Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare ha dato parere favorevole, approvandoli, agli investimenti, ridottisi oramai a 500 milioni di euro, stabiliti dai vertici della società, “Raffineria di Gela s.p.a.”, controllata dall'Eni. Tale verdetto elimina ogni vincolo all'avvio dei molteplici lavori tesi all'ottimizzazione delle opere di bonifica ambientale e di rafforzamento della produzione energetica: dai sindacati ai vertici locali della struttura aziendale, il presidente, Giuseppe Ricci, e l'amministratore delegato, Battista Grosso, passando per la forza lavoro, sempre più impegnata nella tutela dei diritti fondamentali, in prima fila quello all'occupazione, la reazione è stata quasi univoca, era ora insomma.Lo Steam Reforming, per la produzione di idrogeno, il Klaus, destinato alla riduzione dello zolfo generato dai carburanti, il serbatoio da 120 mila tonnellate necessario ai fini delle operazioni di stoccaggio del petrolio grezzo, la copertura del parco coke e la nuova sala controllo, non saranno solo mere ipotesi vagliate dagli esperti, trasformandosi, al contrario, in opere da realizzare entro un termine determinato. L'approvazione degli investimenti, come ovvio, scongiura il paventato rischio di una “seconda Termini Imerese”: i lavoratori dell'indotto, e non solo, attendono una fase di stabilità, all'indomani del totale conflitto.
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Piccola disamina sociale, tra vertenze lavorative ed antimafia di facciata.
La Sicilia vive, oramai da decenni, un costante declino, economico e sociale: le uniche graduatorie che la vedono
primeggiare sono, infatti, quelle legate ai tassi di emigrazione interna e di pervasività criminale.
Il 2010 ha esordito secondo modalità analoghe a quelle prevalse nel corso dei dodici mesi appena trascorsi: se le convergenze anomale, aggettivo oramai veramente inadeguato alla definizione di una prassi, quella delle unioni politiche estranee agli elementi ideologici del passato, fattasi costante generalizzata, non hanno mai abbandonato l'isola (la strategia milazziana degli anni a cavallo tra il 1958 ed il 1960 si pone solo come originario monito), la rabbia e la mobilitazione, spesso estranea all'inquadramento sindacale, dei lavoratori sembravano non riguardare più una terra progressivamente asservitasi alle volontà ed alle scelte di pochi, ed assai selezionati, componenti di un nucleo di potere politico-affaristico-economico.
Molti di quegli stessi vessati, spesso passati per il benestare del consigliere comunale o provinciale di turno, loro garanti per un travagliato accesso al tanto famigerato, e sempre più drogato, mercato del lavoro, sono oggi protagonisti di un moto di sdegno e furia indotto da una netta e traumatica violazione del “patto sociale”: il posto di lavoro che sfuma, in Sicilia, rischia di bloccare definitivamente una qualsiasi idea o immagine, seppur labili, di futuro.

Il Papa ricattato da Signorini.
Tra le altre,sarebbero al vaglio degli inquirenti alcune foto del Santo Papi in stato confusionale ad una festa a casa di Pier.
Mafia: sette anni a Cuffaro in appello.
I commenti dell’ex governatore (nonchè sponzor di Minchia™) :
“Il verdetto non modifica il mio percorso politico” (La Repubblica)
“Lascio ogni incarico di partito” (Libero)
“Ora mi dedicherò solo alla famiglia™” (Il Giornale)
Forse non lo sai ma pure questo è amore!
Lo diciamo oggi, all’indomani del lungo corteo che ha manifestato solidarietà al Laboratorio Zeta per le strade di Palermo dopo lo sgombero del 19 gennaio, a conferma di tutto il sostegno e la condivisione che moltissime realtà e cittadini hanno messo in campo sin dalle prime minacce di sfratto quasi un anno fa.
Lo comunichiamo alla signora Anna Ciulla, paladina dell’associazione Aspasia, che ha retoricamente invocato il rispetto della legalità mentre pochi giorni fa sotto il suo vigile occhio venivano murate tutte le porte e le finestre del Laboratorio Zeta che veniva barbaramente espropriato alla città. Uno sgombero meschino e violento contro persone inermi: uomini e donne picchiati, trascinati per i capelli, manganellati sulla testa, sul viso, sulla bocca.
Persone arrestate per nulla, poi ovviamente assolte, ma dopo una notte passata in galera. La signora Anna Ciulla, e ne ripetiamo oggi il nome perchè non sfugga ancora una volta in futuro, sottoposta a inchiesta per corruzione e concussione insieme all’ex assessore Giuseppe Scoma, ha tolto pochi giorni fa, non a un collettivo politico, non a una comunità di rifugiati politici sudanesi, ma a tutta la comunità dei cittadini di Palermo, un bene comune, prezioso, unico. Il laboratorio Zeta è nato in uno spazio abbandonato che abbiamo restituito alla città, quando nove anni fa ce lo siamo presi, attorniati dai bambini del quartiere. Non è un caso che gli abitanti dei palazzi intorno a Via Boito 7, diventata negli anni strada d’incontro di politica e di socialità, abbiano risposto allo sgombero nella maniera più visibile per ribadire che Zetalab non si tocca!
A fine articolo la "SETTIMANA PER LO ZETALAB_RIOCCUPATO"
Una coppia di lavoratori, dei molteplici che nel corso di almeno un ventennio hanno piegato le schiene e mutato la consistenza delle mani all'interno dei campi calabresi, si muove ai bordi di una strada provinciale, tanto anonima quanto battuta da automezzi di ogni tipo, all'alba di una lunga giornata di lavoro, da condurre nel freddo invernale, mentre dal lato opposto della carreggiata un branco di cani, forse a loro volta intontiti dall'improvviso arrivo della tersa luce mattutina, si sposta seguendo un ordine gerarchico impossibile da violare: “a volte mi sembra di essere come loro, mi sento un cane bastonato”, questa la confessione che uno dei due uomini, già provato ancor prima che l'intensità bruta della raccolta gli si scarichi fin dentro le membra, destina al suo compagno di ventura.
Era l'inverno del 1993, quelle ombre che si aggiravano sul selciato di una strada, tutta contornata da terreni agricoli, appartenevano a raccoglitori africani, in procinto di raggiungere la fermata giusta, ovvero la migliore piazzola di sosta presso la quale attendere, infreddoliti e doloranti a causa delle fatiche accumulate il giorno precedente, il “passaggio” di un intermediario, di un caporale, in grado di condurli in direzione di venti o venticinque mila lire: a tanto, infatti, poteva ambire, e continua a farlo, un lavoratore migrante a Rosarno.
Uno degli esseri umani, passato, alla stregua di moltissimi altri, dalle campagne rosarnesi, e presente quella fredda mattina di diciassette anni fa, quando ad incrociarlo era solo uno sparuto gruppo di cani randagi, vive oggi a Gela, città alla quale ha dedicato sedici anni della sua vita.
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