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artedì 20 Luglio a Palermo dalle 17.00 in piazza Verdi presidio, organizzato dal coordiamento anarchico palermitano, contro la criminalità del potere.
Nove anni fa decine di migliaia di persone si riversarono sulle strade per manifestare la loro opposizione alle politiche criminali degli otto paesi più forti del mondo.
Già da alcuni anni, il movimento antiglobalizzazione si era sviluppato ovunque. Differenti pratiche e sensibilità riunite sotto pochi elementi comuni: il rifiuto dello sfruttamento, la richiesta di maggiore giustizia sociale, il desiderio di partecipazione, l’opposizione al capitalismo globalizzato che devasta e impoverisce il mondo per saziare gli appetiti dei ricchi e dei potenti.
Dopo tante mobilitazioni internazionali, il G8 di Genova si presentò come l’occasione migliore per gli apparati repressivi per assestare un colpo mortale a quel movimento. Già nel marzo 2001 a Napoli – con il governo di centrosinistra ed Enzo Bianco al Ministero dell’Interno – carabinieri e polizia avevano picchiato duramente i manifestanti in piazza del Plebiscito. Di lì a poco, in un crescendo di tensione e di terrorismo mediatico, il governo Berlusconi avrebbe scritto una delle pagine più criminali della storia di questo paese.
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15 euro al giorno e nessun diritto. Queste sono le condizione lavorative di molti migranti in provincia di Ragusa. Il comune capofila di questa classifica del nuovo schiavismo è Vittoria. Città rossa e ricca; città che ha saputo trasformare le terre sabbiose in oro, costruendoci le serre. Adesso a lavorare nell’agroindustria sono soprattutto i migranti. Ragazzi provenienti dal Nord Africa e dall’Est Europa. Quest’anno la comunità rumena ha superato quella tunisina, storicamente impegnata nel comparto agricolo a Vittoria e ben integrata nella vita della città. Questo è un probabile risultato del cambiamento dei flussi dovuto a motivazioni geopolitiche, ma anche perché, semplicemente, i rumeni “costano” meno.
Infatti, c’è un’inversione di tendenza nel livello salariale. La crisi colpisce anche questo settore e si abbatte soprattutto sui migranti, meno protetti e più ricattabili. “La giornata di lavoro a Ragusa costa 50 euro lordi” – dice Peppe Scifo, segretario della Camera del lavoro di Vittoria – “e fino qualche anno fa anche i magrebini venivano pagati tanto. Con l’arrivo dei rumeni la situazione è cambiata. Lavorano anche dieci ore, per tutta la settimana, domenica inclusa e vengono pagati una miseria: 15-20 euro al giorno”. I rumeni sono più ricattabili, vengono da villaggi molto poveri.
Del progetto esecutivo non c'è ancora l'ombra, i soldi bastano appena per sventrare colline e riempire cave e discariche con milioni di metri cubi di inerti, ma sull'affaire del Ponte sullo Stretto planano come avvoltoi le grandi e piccole università di Calabria e Sicilia. Dopo aver ignorato per decenni il dibattito sui costi politici, economici, sociali, ambientali e criminogeni della grande opera, abdicando alle proprie finalità istituzionali di analisi e ricerca, gli Atenei sgomitano tra loro per accaparrarsi qualche briciola delle risorse finanziarie pubbliche impegnate per l'avvio dei lavori del Ponte. Con un comunicato congiunto, le Università di Enna, Palermo, Reggio Calabria e Catania hanno preannunciato che «si mobiliteranno insieme per contribuire ad affrontare la grande sfida che vede protagonisti, non solo ingegneri e architetti, ma studiosi di molteplici ambiti». Voci autorevoli rivelano che già sarebbe stato sottoscritto un contratto di 800 mila euro tra il Consorzio delle Università siciliane ed Eurolink, l'associazione di imprese general contractor per la progettazione e l'esecuzione dei lavori, finalizzato a distribuire «migliaia di test e misurazioni sui provini di cemento armato tra tutte le Università siciliane».
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Province fra le tante, terre senza confini, vuote, da riempire con gli stralci di umanità più disparati. E così khanati rivali, popoli che non si sono mai capiti si trovano affiancati, a convivere giorno dopo giorno senza che sia mai subentrata una reale integrazione. Anche quando alla definizione giuridica di oblast fra gli oblast si sostituisce quella di stato indipendente, nel 1991, la situazione non cambia: russi con russi, kyrgyzi con kyrgyzi, uzbeki con uzbeki, tatari con tatari, e avanti così. Ognuno per conto suo, anzi tutti contro tutti, soprattutto quando l'illusione del progresso connesso alla svolta democratica (il Kyrgyzstan è stato il primo paese CSI a dotarsi di un governo democratico - in Kazakstan, ad esempio, Nazarbayev sarà presidente vita natural durante) naufraga miseramente. Portando con sé rimasugli della burokratia russa, tanti, e soprattutto fortissimi rigurgiti dello spirito clanistico che ha sempre caratterizzato la società kyrgyza, e, più in generale quella centro-asiatica.
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Tema caldo quello delle intercettazioni con il ddl che, ottenuta la fiducia delle camere, fa tenere il fiato sospeso ai cittadini onesti circa le sorti di tale strumento per la ricerca delle prove. Fra modifiche, variazioni e ritocchi, la fine dell’intercettazione sembra segnata.Antonio Ingroia, Procuratore Aggiunto della Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo, ha di recente pubblicato “C’era una volta l’intercettazione”, nel quale spiega il vero valore delle intercettazioni nei reati di criminalità organizzata, l’utilità di esse, le possibili sorti di tale strumento in un contesto nel quale si avvalora la falsa tesi della “psicosi da intercettazione”. Già nella prefazione, a cura di Marco Travaglio, si legge: “Malgrado sia un magistrato, Antonio Ingroia scrive in italiano comprensibile anche ai non addetti ai lavori. E lo dimostra in questo pamphlet agile e spigliato, a tratti ironico, colpo ma mai supponente. C’era una volta l’intercettazione è molto di più di un bignami divulgativo sul tema. È anche, anzi soprattutto, un prezioso trattatello sull’uso politico della menzogna e sull’ansia disperata della nostra classe politica, o meglio della nostra classe dirigente. Che è la più compromessa e infetta del mondo libero o semilibero”. Non occorrerebbe aggiungere altro per approcciarsi alla lettura del testo, ma siamo fortunati, possiamo conoscere ulteriormente il pensiero dell’autore il quale ha accettato di rispondere a qualche domanda.
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