Ultimo aggiornamento Martedì 30 Novembre 1999 01:00
Scritto da Roberta Covi
Giovedì 08 Luglio 2010 13:03
Accade in Sicilia -
Accade in Sicilia
Province fra le tante, terre senza confini, vuote, da riempire con gli stralci di umanità più disparati. E così khanati rivali, popoli che non si sono mai capiti si trovano affiancati, a convivere giorno dopo giorno senza che sia mai subentrata una reale integrazione. Anche quando alla definizione giuridica di oblast fra gli oblast si sostituisce quella di stato indipendente, nel 1991, la situazione non cambia: russi con russi, kyrgyzi con kyrgyzi, uzbeki con uzbeki, tatari con tatari, e avanti così. Ognuno per conto suo, anzi tutti contro tutti, soprattutto quando l'illusione del progresso connesso alla svolta democratica (il Kyrgyzstan è stato il primo paese CSI a dotarsi di un governo democratico - in Kazakstan, ad esempio, Nazarbayev sarà presidente vita natural durante) naufraga miseramente. Portando con sé rimasugli della burokratia russa, tanti, e soprattutto fortissimi rigurgiti dello spirito clanistico che ha sempre caratterizzato la società kyrgyza, e, più in generale quella centro-asiatica.
I due Presidenti che si sono succeduti (Akaiev e Bakiev) hanno tutelato gli interessi della loro gente, della loro famiglia (sia in senso lato, che in senso stretto), spingendo senza scrupoli il paese sull'orlo del baratro. Risorse naturali (terre immense ai confini con la Cina), energetiche (il paradosso dell'energia idroelettrica venduta al Kazakstan...per poi comprare l'energia elettrica dal Kazakstan!!!), strategiche (le alterne vicende della base americana di Bishkek e di quella russa di Kant: chi più foraggia, vince) gestite come se fossero patrimonio personale. Soprusi, ingiustizie, futuri economici e sociali (il Kyrgyzstan è lo stato dell'Asia Centrale con il debito pubblico più pesante) sempre più incerti hanno spinto la popolazione a due rivoluzioni: quella dei Tulipani, nella primavera del 2005, e quella del 7 aprile scorso. Il leader scelto per risanare la palude provocata dallo stile Akaev, Kurmanbek Bakiev, si è rilevato ancora peggio rispetto al già pessimo predecessore: avido, senza scrupoli, crudele (a quanto si dice) e affamato di potere, non ha esitato a mettere mano alla Costituzione e ad usare tutto il suo potere per mantenersi in carica. Fino al giorno della seconda rivoluzione, a quel freddo aprile, a quei morti per la capitale. Immagini durissime, ma che hanno acceso una forte speranza in molti (dentro e fuori il Paese). Il governo ad interim scelto dai rivoluzionari è guidato da Roza Otunbayeva, una donna forte, che ha viaggiato molto, ha buone capacità diplomatiche ed è sufficientemente esente da retaggi clanistici. Il suo governo sta facendo un buon lavoro, tanto che pochi giorni fa si è votato per il referendum con il quale ha visto la luce la prima democrazia parlamentare dell'Asia Centrale. Ma i poteri forti di un tempo non mollano, e fanno di tutto per rimanere a galla. Anche aizzare secolari insofferenze etniche, come quella tra Kyrgyzi e Uzbeki. Due popoli che non si tollerano, e che il calderone di Stalin ed il suo righello ha voluto che condividessero una delle valli più fertili della zona, quella di Fergana. Inoltre, il sud ovest kyrgyzo (tra le città di Osh e Jalalabad) ospita un'enclave uzbeka estramente popolosa. Ed è lì che è scoppiato il caos: in poche ore 2000 morti (quasi tutti di etnia uzbeki), interi villaggi e quartieri ridotti in cenere, centinaia di migliaia di profughi, che ancora oggi vagano incerti tra i confini dei due stati, in condizioni disumane. Non hanno più nulla. Non esiste nemmeno più una legge che li protegga, perché in quell'area il governo centrale kyrgyzo non ha potere: parte dell'esercito si è ammutinata, sostenendo il leader rovesciato e fuggito, e gran parte delle decisioni politiche e di sicurezza locali vengono prese dai suoi scagnozzi rimasti in patria. Tale situazione di esplosiva instabilità fa tremare i grandi della terra: il Kyrgyzstan, stato minuscolo ma indicibilmente strategico. Ovviamente, nessuno si cura del futuro di questa nazione, nella stanza dei bottoni: nessuno conosce la pace dei pascoli kyrgyzi, nessuno conosce la fierezze degli occhi uzbeki, nessuno di loro avrà visto lo sguardo fermo dei bambini... Ed è per questo che sto male, e che ne scrivo e ne parlo: perché queste persone meritano la pace, come tutte, e non meritano affatto di essere solamente una pedina nello scacchiere mondiale. Meritano di conoscere la pace, la ricostruzione, l'armonia e la libertà di autodeterminarsi. E se tutto torna nel silenzio, chi saprà mai cos'è che volevano quei bimbi, cosa sognavano per la loro terra...
Roberta Covi