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Dopo l’automobile / MaFiat

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Accade in Sicilia - Accade in Sicilia

Editoriale

Pomigliano D’Arco ha oscurato Termini Imerese. In Sicilia la Fiat chiude, in Campania minaccia la chiusura se non si lavorerà alle sue condizioni. Marchionne si presenta con la maschera del benefattore, mentre in realtà sono i lavoratori con il loro lavoro ad aver fatto i benefattori permettendo alla casta industriale di arricchirsi e prosperare.
Solo due anni prima dell’annuncio della chiusura di Termini Imerese, ritenuta poco concorrenziale in quanto troppo onerosa, lo stesso signor Marchionne chiedeva un tavolo con Regione siciliana e governo nazionale per trovare una soluzione sullo stabilimento, per il quale assicurava di avere “un grande attaccamento perché ha dimostrato storicamente di fare delle belle cose” (Giornale di Sicilia 13/9/07); gli sembravano pochi i 325 milioni in arrivo (75 dalla Regione e 250 da Roma a fondo perduto); un aumento di questi fondi avrebbe fatto aumentare la produzione da 80.000 a 200.000 autovetture l’anno. Due mesi dopo, il 22 novembre, chiedeva ai sindacati, quali condizioni per l’incremento produttivo di cui sopra, l’aumento dei turni di lavoro a 18 settimanali, un maggiore utilizzo degli impianti e forme più flessibili nelle assunzioni (contratti di apprendistato fino a 6 anni, grazie a una legge regionale). Oltre ai soldi, alla Regione domandava interventi infrastrutturali nel porto e nell’interporto.
Due anni dopo Termini non rientrava più nei piani del Lingotto, veniva scaricata, preferendogli la Polonia.

Giugno 2010, è Pomigliano ad essere sotto tiro. Nel più schitto stile camorristico, Fiat punta il coltello del ricatto occupazionale sul collo degli oltre 5000 dipendenti, imponendogli di “scegliere” tra la chiusura della fabbrica e un piano di rilancio produttivo legato ad alcune condizioni capestro: 18 turni settimanali, 120 ore di straordinario obbligatorio; possibilità di derogare dalla legge su pause e riposo durante i turni; riduzione del tempo delle pause; possibilità di comandare straordinari nella pausa mensa; sanzioni disciplinari per i sindacati che proclamano scioperi e per i lavoratori che vi aderiscono; possibilità di non applicare le norme contrattuali sul pagamento delle malattie: obbligo di partecipare a corsi aziendali durante la cassa integrazione. Chi solleva obiezioni viene accusato non avere a cuore la sorte dello stabilimento. Cisl,Uil, Fismic e Ugl subito si sono accodati al padrone benefattore, la Fiom e i sindacati di base non l’hanno fatto. Leccapiedi del capitale come Pietro Ichino hanno scritto: “O il nostro sistema delle relazioni industriali saprà darsi da solo le regole necessarie, in materia di rappresentatività, di legittimazione a contrattare e di efficacia del contratto (ivi compresa l’eventuale clausola di tregua sindacale) mediante un accordo sottoscritto da tutte le confederazioni maggiori, o dovrà farlo il legislatore in via sussidiaria. Molto meglio la prima ipotesi” (L’Espresso, 17/6/210). In pratica: o vi impiccate con le vostre mani o dovranno pensarci i padroni: per Ichino meglio la prima ipotesi. Senza considerare che, una volta incassato il risultato, la Fiat fra un paio d’anni potrà fare come a Termini: chiudere tutto e traslocare nei paradisi della schiavitù operaia come Cina, Polonia, Brasile…
Su Pomigliano si sta giocando la partita più grossa: quella dell’affermazione totale delle leggi del padrone e della cancellazione definitiva dei diritti acquisiti grazie alle lotte e poi normati nella giurisprudenza del lavoro. Come trent’anni fa con la marcia dei quarantamila (erano molti di meno, ma tant’è…), il padronato affida alla sua corazzata più forte il compito di sfondare la resistenza operaia e di imporre il nuovo ordine. Fior di lecchini e scrivani servitori ci spiegano che si tratta di adeguarsi alle leggi del Mercato e della Globalizzazione, la nuova religione cui tutti ci dobbiamo sottomettere. Cioè, in un mondo schiavizzato, chi alza la testa va piegato, espulso, marginalizzato, sconfitto.
Purtroppo paghiamo il conto di anni di cedimenti ai ricatti padronali, di clientelismo sindacale, di abbassamento della guardia, di baratto delle condizioni di lavoro e delle garanzie acquisite con misere contropartite salariali. Paghiamo decenni di spoliazione della coscienza operaia. Lo abbiamo scritto più volte: davanti ai ricatti padronali la parola d’ordine avrebbe dovuto essere una sola: Jativinni! Le fabbriche si sarebbero dovute occupare e rimetterle in funzione in maniera autogestita. Ma un movimento operaio ammaestrato e miope non sa più nemmeno cosa significhino le parole Occupazione, autogestione. Così su Termini la partita è stata messa in mano a Lombardo e al ministero prima retto da Scajola, ora da nessuno: ed ecco spuntare l’opzione Rossignolo: un altro papavero dell’industria automobilistica disposto a subentrare alla Fiat senza spendere un quattrino, per produrre macchine di lusso (Suv) e succhiare soldi a Governo e Regione. L’opzione dell’auto elettrica, che avrebbe potuto essere un segnale in controtendenza, sembra essere stata scartata; nessuna riconversione a Termini, nessun passaggio all’era post-petrolifera, che avrebbe fatto balzare il territorio siciliano all’avanguardia nel paese. D’altra parte i politici si adeguano sempre alle direttive Fiat: le stesse che in 65 anni hanno ridotto l’Italia alle dipendenze del gommato, hanno distrutto il trasporto pubblico e quello ferroviario in particolare, hanno condizionato il sistema della mobilità in Italia, rendendolo più caro, più inquinante ma più redditizio per la casa madre torinese, e per le consociate società autostradali e le lobby del calcestruzzo, che hanno incamerato profitti scaricando i costi sulla collettività.
Peccato, perché Termini e Pomigliano avrebbero potuto essere l’occasione per aprire un dibattito serrato sul ruolo operaio nelle scelte produttive, sulla fuoriuscita dal sistema della mobilità basato sul petrolio e su una sua diversa concezione e riorganizzazione. Invece, al massimo riusciremo a sopravvivere per qualche altro annetto producendo Panda e Ypsilon,.
Pippo Gurrieri

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