“’U stisso sangu: Storie più a Sud di Tunisi”: Buona la prima!
Ultimo aggiornamento Venerdì 03 Luglio 2009 00:09 Scritto da Rosario Cauchi Lunedì 22 Giugno 2009 11:00
Secondo diversi benpensanti, tra i quali alcuni dei massimi esponenti della compagine di governo nazionale: eritrei, somali, etiopi, nigeriani, ma anche afgani, palestinesi, iracheni, sceglierebbero di sfidare la sorte, sostenendo viaggi massacranti, consci di poter conseguire, entro i confini della vecchia Europa, sicurezze economiche e sociali; addirittura taluni “think tank” conservatori non temono di propagandare la loro verità ufficiale, in base alla quale i passeggeri dei malconci barconi, oramai entrati nell’immaginario collettivo italiano, sarebbero individui dotati, fin dall’origine, di idonee capacità economiche, tali da consentirgli il pagamento delle ingenti somme di denaro richieste dai trafficanti di uomini.
Chissà cosa ne penserebbero i diretti interessati qualora venissero interpellati, magari alcuni minuti dopo essere sbarcati sul suolo italico, da uno zelante funzionario statale?
Tutti coloro che da anni si battono al fianco della popolazione migrante, però, sono ben consapevoli del modus operandi vigente sul nostro territorio, sideralmente distante dagli standard di efficienza e rispetto generalmente descritti.
“’U Stisso Sangu. Storie più a sud di Tunisi”, realizzato da Francesco Di Martino e Sebastiano Adernò, invece, alla stregua del neorealismo novecentesco, riesce a calarci in una sorta di realtà parallela, affiancata quotidianamente alla nostra, ma ignorata dai più, propensi a scagliarsi contro i nefasti effetti dell’ “invasione dei clandestini”, piuttosto che a interrogarsi sulle cause dell’arrivo di migliaia di uomini e donne in Italia.
Il raggiungimento delle coste siciliane costituisce, spesso, un vero successo inaspettato, frutto di settimane, quando non di mesi, di lunghi trasferimenti e di defatiganti sforzi; l’accoglienza, al contrario, non racchiude i valori di ospitalità e tutela dei diritti fondamentali, tipici della cultura democratica occidentale.
Ai nuovi arrivati, se scampati al nuovo stratagemma dei respingimenti in mare, teorizzato ed adottato dalla coppia Maroni-La Russa, non rimane altro che affrontare l’esperienza degli ex cpt (Centri di Permanenza Temporanea), oggi cie (Centri di Identificazione ed Espulsione), dispensatrice di un inequivocabile messaggio: “spetta allo Stato italiano individuare coloro che potranno accedere e quelli che, invece, dovranno essere espulsi”.
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La struttura di Pian del Lago a Caltanissetta offre, sotto questo profilo, la chiara immagine dell’incoerenza insita nelle disposizioni della famigerata legge Bossi-Fini, n. 189 del 2002; parliamo, infatti, di un centro destinato, contemporaneamente, ad ospitare migranti irregolari e richiedenti asilo, tanto da sfociare, in molteplici casi, in episodi di assurdi fraintendimenti. Un gruppo di giovani afgani, richiedenti asilo, viene filmato dagli autori del documentario nell’atto di reclamare l’accesso ai locali del centro di Caltanissetta, intanto occupato da persone prive dei requisiti per la richiesta: costretto, così, ad attendere invano, senza alcun supporto da parte dello staff della cooperativa sociale Albatros 1973, appaltatrice dei servizi fin dal 2002, e destinataria di un’indennità giornaliera, per ogni soggetto ospitato o trattenuto, calcolabile in circa 10 milioni di euro annui.
Il documentario, adottando un tratto narrativo più esteso rispetto ai tradizionali canoni, permette allo spettatore di affrontare una tematica, strettamente connessa a quella dell’immigrazione, e di grande attualità, quale quella dello sfruttamento della manodopera straniera e del lavoro nero.
I ritratti di Cassibile ed Avola raccontano, utilizzando pochi giri di parole, talvolta veramente superflui, la deriva prodotta da un sistema normativo viziato alla radice, frutto di una concezione padronale del rapporto fra datore di lavoro e dipendente migrante, tale da condannare quest’ultimo ad una totale sottomissione in favore del titolare del potere di denuncia.
I campi allestiti in questi piccoli centri del siracusano, ad opera della Croce Rossa Italiana, sembrano quasi ricalcare i tratti di quelli descritti, con sofferente maestria, da John Steinbeck in una delle sue più importanti opere, “Furore”, dedicata ai lavoratori statunitensi, i quali, spinti dalla povertà diffusa negli stati centrali degli anni ‘30, tentavano la fortuna spingendosi, in cerca di occupazione, verso l’Ovest, imbattendosi in forme di sfruttamento e condizionamento sociali, ancora oggi presenti, come risulta dalle immagini di Di Martino e Adernò.
Ad un simile status quo la Sicilia, mediante talune soggettività sociali, tenta di ribellarsi: la volontà di affrontare un cammino di condivisione e tolleranza è ben salda tra i responsabili della comunità “Il dono” di Modica, ove trovano ospitalità donne migranti richiedenti asilo, turbate dal loro stesso passato, ma indotte a sperare in un futuro più degno proprio dalla sicurezza promanata dalle mura, non di un centro di detenzione, bensì di un luogo di interscambio ed affettività.
Come può, del resto, una società definirsi civile, quando giustifica passivamente i soprusi rivolti a propri simili, autori di un unico “reato”, quello di essere nati al di fuori dei confini di una nuova fortezza europea.
Fabrizio Gatti, giornalista dell’Espresso, intervistato dai due videomakers, ribadisce, attraverso poche parole, una convinzione sostenuta dai dati economici (in base ai quali il lavoro migrante contribuisce almeno per il 9% dell’intero prodotto interno lordo nazionale): uno sciopero di tutti i lavoratori stranieri bloccherebbe irrimediabilmente la macchina produttiva italiana.
I migranti rappresentano una risorsa e non un problema; l’unico fattore negativo deriva, invece, dal dilagante sfruttamento cui devono soggiacere.
Tutte queste conclusioni sono state ribadite, al termine della proiezione, alla quale ha assistito un interessato pubblico, nel corso dei brevi interventi svolti dai due autori, affiancati da Alfonso Di Stefano, Rete Antirazzista Catanese, Nunzio Famoso, Preside della Facoltà di Lingue e Letteratura Straniera di Catania (patrocinante del progetto), Hassan Maamri, responsabile immigrazione Arci Sicilia, Mandaye Gueye, Arci Catania.
Rosario Cauchi (Moltitudine) carmelocauchi [at] tin [dot] it
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